Il Cammino di Santiago che non immaginavo

C’è la sensazione che il Cammino di Santiago de Compostela sia un’ esperienza religiosa. Sicuramente l’idea del pellegrinaggio ha retaggi religiosi, come anche l’idea di camminare per giorni per rendere omaggio a un santo della religione cattolica. Ma il Cammino di Santiago può essere tante cose, non necessariamente appartenenti alla cultura religiosa. 

Insomma, per me la scelta di fare le mie vacanze camminando verso Santiago è stata abbastanza casuale. Un po’ leggera forse: non ambivo alla fede e nemmeno alla redenzione.

Ambivo a qualcosa in grado di richiamare così tanti persone da tutto il mondo da diventare perfino una meta un po’ mainstream. “Chissà perché così tanta gente decide di fare il Cammino?” pensavo. Non lo sapevo, ma l’avrei scoperto a breve.

Cammino we are coming, insomma, in un mood abbastanza sereno.

Santiago see you soon: no quello non me la sentivo di dirlo.

Ma la serenità però era lì, dentro di me,  nel mio animo apparentemente tranquillo e ben disposto. Apparentemente. Perchè sono bastate due domande per rimettere tutto in gioco: “Ma ti sei allenata?” Ma perchè tu di solito cammini? Ma in palestra ci vai?”. No, ho saltato e giocato fino all’altro ieri e non ho voglia di camminare già subito il giorno dopo, avrei voluto rispondere. Sarò mica messa così male, pensavo.

Ma intanto: BOMBARDAMENTO MENTALE IN CORSO. 

Le domande peggiori però erano: “le scarpe in goretex le hai prese? Hai lo zaino giusto per scaricare il peso?”. Boh, Forrest Gump correva e basta, bello sereno, cosa volete da me. Mica vado sull’Himalaya. Il primo ATTACCO DI TERRORISMO PSICOLOGICO completamente avviato. La mia faccia era un meidei enorme. Il mio sorriso faceva finta di avere tutto sotto controllo, ma gli occhi erano due dichiarazioni d’ansia silenziose e giganti.  Riponevo tutte le mie speranze nell’essere nata sportiva. Forse. A volte. Quando ho voglia. 

Si attraversano boschi, borghi e scogliere in quella che potrebbe definirsi una bella passeggiata, ma che bisognerebbe elevare come minimo al cubo per renderne la vera sostanza.

Il turismo è sicuramente slow, molto slow, portando davanti ai tuoi piedi persone e situazioni speciali. Occhi diversi, umanità differenti. Il “Buen Camino” del contadino risuona nelle orecchie. L’”Animo” del pensionato seduto sulla strada ritempra la mente, e il fisico.

Ma non è una passeggiata. In nessun senso.

Il Cammino di Santiago è un percorso mentale, oltre che fisico, che costringe ad andare avanti, vescica dopo vescica, infiammazione dopo infiammazione (non ci sono mai state comunque notizie di morti cadaveri e dispersi). Passo dopo passo, ti perdi ad ascoltare il tuo corpo, i tuoi muscoli e la tua determinazione che si mettono d’accordo per farti un bello scherzetto, provando a convincerti ad alzare bandiera bianca.
La scoperta di sé è forse una delle cose più belle che accade su questi percorsi. Errore dopo errore, chilometro dopo chilometro (che quei chilometri non ti regalano niente, anzi, te lo fanno pagare a caro prezzo, gambe comprese).

Mano a mano che ci si avvicinava a Santiago cresceva però anche un altro sentimento: la malinconia
Si cammina e si fatica, ma in realtà la vita del pellegrino moderno non è poi così malaccio. Sai che ti alzi e dovrai camminare. Senza prenotazioni, senza orari, senza niente di quelle che sono le costrizioni del comune vivere quotidiano. Sei libero dagli impegni e dagli eventi, libero di essere te stesso. Libero di pensare.  E fantasticare.
Libero di vivere un minuto alla volta, vivendo il presente in un modo pieno e, davvero, reale.
Sapere che quella condizione di libertà quasi assoluta sarebbe terminata nel giro di qualche giorno era una sensazione che aleggiava in alto sopra me e il mio fidanzato, pronta ad affondare il colpo.

Chi affronta questa esperienza deve ricordarsi sempre una cosa: il Cammino di Santiago non è un gara. E nemmeno Pechino Express. Non si è in competizione con nessuno, nemmeno con se stessi. Ognuno ha il suo passo, ha i suoi bisogni e la sua storia sulle gambe, quindi non serve a niente scoraggiarsi se si fa più fatica degli altri pellegrini.

E, una volta entrati nella piazza della Cattedrale di Santiago, con una vescica bucata da cui esce un filo, un bastone recuperato nella boscaglia e i tuoi piedi, entrambi sopravvissuti, ti rendi conto che una sfida non lo è mai stata.

Quasi trecento chilometri dopo, un pianto liberatorio ti riporta alla realtà: non era una sfida personale, e nemmeno sportiva. Era una trasformazione, fisica certo, ma soprattutto spirituale, da cui si impara tanto, soprattutto di te.

Prima di partire mi chiedevo cosa portasse così tante persone a mettersi in cammino. Ora riesco a capirlo, più complicato invece è spiegarlo. Forse basta guardare gli occhi di chi entra in quella piazza. Occhi felici, nutriti da un’anima nuova e trasformata, circondati dalla tutta la stanchezza e debolezza di un corpo esausto che però,così, li rende ancora più vivi.    

cammino di santiago trottermeier 
camino portoghese