Cambogia: quando capire non basta

La Cambogia è li, una nazione incastrata tra Vietnam, Thailandia e Laos, zitta zitta che cerca di togliersi di dosso tutti i suoi orrori. È come una donna che ha subito molestie in casa sua, una donna bellissima, che ha patito in silenzio dentro i suoi confini e che con fatica ha denunciato i suoi abusi, ma che, nonostante questo, continua ad avere un carattere docile, materno e spontaneo, come i sorrisi della sua popolazione.

È difficile capirla, la Cambogia. Si nasconde e lascia che tu sappia il minimo, perchè andare oltre fa male a lei, e a noi, turisti e viaggiatori che vorremmo conoscerla.

cambodia people Cambodian
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Quello cambogiano è un popolo martoriato, come i tanti mutilati finiti sulle mine americane che si vedono per strada.  Si, le mine sono ancora quelle della guerra del Vietnam, e si, anche la Cambogia veniva bombardata per tagliare vie d’accesso e rifornimenti ai Vietnamiti.

Come i tanti silenzi di chi è sopravvissuto alle follie di Pol Pot. Gli sguardi degli anziani, silenziosi e ricchi di una saggezza acquisita sopravvivendo alla ferocia degli stranieri prima e del proprio popolo poi.

Come una vista al museo del genocidio. Una scuola. Un liceo in piena città nelle cui aule prima si insegnava la cultura, poi con i Khmer Rouge la si eliminava e con essa chiunque ne avesse. Niente più radici, niente più storia, niente più sapere.  Una luogo di simbolo di vita trasformato in un luogo di morte, all’oscuro da tutti e tutto, nascosto alla piena luce del sole. Una visita fatta con il cuore pesante.

khmer rouge Cambodia 
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Ma noi non capiremo mai. Siamo in grado di sfiorare la superficie, di sentire nel nostro cuore il dolore di un intero popolo, ma non potremmo mai capirlo del tutto.

Non possiamo capire come un cambogiano e il suo partito abbiano ucciso 20 milioni di suoi connazionali, il 20 % della popolazione. Della loro popolazione, la propria gente.

Non possiamo, perchè la storia di un popolo appartiene solo a loro. Togliamoci la presunzione di sapere e conoscere ogni cosa e abbracciamo la loro umiltà, guardandoli ridere.

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bambini che vanno a scuola

Il sorriso di un bambino, il suo “Hello” e la sua felicità nonostate viva in una capanna di legno, senza acqua calda, televisione e smartphone. Il proprietario del Tuk tuk che tira giù l’amaca dal tetto e quella è casa. I bambini che a scuola ci vanno ma che se c’è da aiutare la famiglia a  lavorare, la scuola sparisce. I pescatori, che giocare a forza quattro la sera è uno dei passatempi più divertenti di sempre – mi fossi divertita anche io così quando ci giocavo da piccola, magari sarei più furba ora. Togliamoci la presunzione di considerarli poveri perchè non hanno i benefici che il nostro mondo occidentale ci fornisce.

La loro gentilezza, la loro bontà, il loro essere ricchi di spirito e di cuore è qualcosa che ti scalda. Non avranno studiato, non dormono su cuscini di piuma d’oca e difficilmente sono mai usciti dai loro confini, ma sono brave persone.

Ecco, cos’ho capito della Cambogia: è una bellezza genuina in balia degli altri, ancora pura nel cuore.